6 Dicembre 2025

I deliri della febbre non danno pace ad Anna, riuscirà a riprendersi?

L’azione tornerà presto, ma due giorni al freddo e gelo, possono mettere in ginocchio chiunque!

Se vi siete persi l’inizio:  eccolo qui.

Mentre qui potete leggere cosa è accaduto il 5 Dicembre.

Ricordo che questo racconto è un esperimento che condurrò per l’intero mese di Dicembre. Mi farebbe molto piacere sapere la vostra opinione: vi piacciono i personaggi? La storia è troppo cruenta? Avete consigli o avete trovato sviste o errori?

Fatemelo sapere, non mi offenderò!

E adesso buona lettura!

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6 Dicembre 2025

La febbre si abbassò e Anna si risvegliò in un letto non suo. Tentò di mettersi in piedi, ma le gambe non ne vollero sapere, così si spalmò sul pavimento. Il camino acceso irradiava un piacevole calore. La stanza era piccola e accogliente, certo un po’ trascurata, ma per gli standard a cui era abituata, le sembrò di trovarsi in una reggia. Si guardò intorno, notando una finestra senza sbarre o assi e se ne sorprese. Sbarrare le finestre era un atto dovuto alla propria sicurezza, chiunque avrebbe potuto far irruzione o sparare all’interno; chi era quel pazzo che non si curava di una cosa così semplice?

Fece forza sulla sedia vicina al letto e si rimise in piedi. In quel momento notò che stava indossando un morbido pigiama di lana. Era caldo e nostalgico, non ne vedeva uno da anni. Si ritrovò a sorridere per una cosa così piccola e stupida, per un attimo ebbe l’impressione che gli ultimi cinque anni non fossero mai esistiti e che quel momento fosse l’unico istante reale di tutta la sua vita. Si strinse nelle spalle sorridendo. Raggiunse la finestra e ciò che vide la lasciò a bocca aperta, ancora più del pigiama.

Delle luci illuminavano almeno sei case. Intravide dei campi coltivati e dei recinti con mucche, pecore e maiali. La luce della luna e le torce illuminavano alcune donne e uomini intenti a trasportare qualcosa. Quella gente era riuscita a creare un piccolo paese. Tremò. Qualcuno era riuscito a realizzare, quello che lei aveva ritenuto impossibile.

Le girò di nuovo la testa e dovette aggrapparsi con tutte le sue forze alla finestra per non cadere.

<<No, no, piccola mia! Devi tornare a letto!>>, disse improvvisamente una voce alle sue spalle. Posò un vassoio pieno di cibo sul tavolo e le corse incontro, <<Su, ti aiuto io!>>, le mise un braccio sotto l’ascella e la riportò a letto.

<<Devi riposarti, finché la febbre non sarà completamente sparita!>>

<<Sono abituata a…>>

La donna la interruppe sistemandole le coperte, le si sedette accanto e le canticchiò un motivetto dolce. Le asciugò il sudore con un panno caldo.

<<Quando ti hanno portata da me, pensavo fossi spacciata e invece… eccoti qui.>>

Anna si sentì commossa. Quella donna, con i suoi modi così gentili, le ricordava tanto sua madre. Si nascose il volto tra le mani, per nascondere l’emozione che provava. Era da moltissimo tempo che non si sentiva così amata e protetta. Cercò qualche ciocca di capelli per stemperare il momento, ma l’ansia e il terrore l’assalirono.

<<I miei capelli…>>, cominciò a tremare, perché non aveva più i suoi capelli?

<<Non ti preoccupare>>, la consolò la donna, ma i ricordi la investirono con tutta la loro violenza. Ogni colpo che aveva incassato tornò a farle male, proprio come la prima volta che l’aveva subito. Rivide il volto di Jasmine pieno di sangue e questa visione le lacerò il petto. Non riuscì a trattenere le lacrime e scoppiò a piangere.

Singhiozzò e tremò come una bambina, le faceva male la testa e il corpo. Si sentiva confusa. L’unica cosa che sapeva era che non voleva sentirsi così vulnerabile e indifesa, ma le era impossibile.

<<Oh, cara>>, la donna l’abbracciò e Anna la lasciò fare. Si lasciò consolare, finché non si addormentò.

Scivolò di nuovo in un sonno profondo, ma questa volta era popolato dai suoi più temibili incubi. Era sola al centro di una pedana, legata e impotente. Chiunque le poteva fare del male. Cercò di liberarsi, ma le era impossibile. Le persone che aveva ucciso le davano del mostro. Era un’assassina.

Più urlava al vuoto e più l’oscurità la soffocava. Continuò a urlare, finché non ebbe più voce e solo allora gli incubi cominciarono a perdere di consistenza.

La luce riuscì a penetrare l’oscurità che l’avvolgeva, lasciandola macerare in silenzio, preda del suo senso di colpa.

All’improvviso la luce si trasformò in acqua.

Acqua di luce, impetuosa e travolgente. Una mano forte e possente le impediva di perdersi in quel mare di luce. Non era sola.

Aprì gli occhi e si sedette affannata sul letto. L’asma non le dava tregua nemmeno appena sveglia.

Il sole filtrava debole dalla finestra, ma quel tanto da ferirle gli occhi. Continuava a sudare freddo. Quando il cuore tornò a battere normalmente si guardò intorno, per scoprire di essere di nuovo da sola.

In che guaio si era cacciata stavolta?

Si alzò e scoprì di riuscire a reggersi in piedi da sola. Si affacciò alla finestra e poté constatare di trovarsi davvero in una specie di villaggio.

Non l’aveva sognato, il villaggio era reale! Provò ad aprire le ante, ma le trovò bloccate, così come la porta.

<<Perfetto.>> Trovò la situazione alquanto comica, ma non poteva fare nulla se non aspettare e vedere come si sarebbe evoluta la situazione.

Cercò qualche vestito pulito, ma non ne trovò. Non c’era nulla di utile in quel posto, se non il vassoio del giorno prima. Si avvolse la coperta intorno alle spalle, si sedette di fronte al fuoco e divorò la cena che le avevano gentilmente offerto, anche se fredda.

Ricordava ogni cosa. Avrebbe voluto piangere e dimenticare, ma non poteva farlo. Chiuse gli occhi e le tornarono in mente tutti i volti delle persone che aveva ucciso. Non dimenticare, per lei era essenziale.

<<Richy, dove cazzo sei?>>

 

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