3 Dicembre 2025

Anna si ritrova da sola ad affrontare una realtà, che non avrebbe mai immaginato possibile.

Scusate il ritardo, ma per il pezzo di oggi ci ho messo un po’.

Se vi siete persi l’inizio:  eccolo qui.

Mentre qui potete leggere cosa è accaduto il 2 Dicembre.

Il pezzo è particolarmente violento, perciò ne sconsiglio la lettura a un pubblico giovane e sensibile. Per tutti gli altri: buona lettura!

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3 Dicembre 2025

Anna si risvegliò in una cella maleodorante. Non riusciva a ricordare cosa fosse accaduto e perché non aveva i suoi vestiti addosso. Si alzò in piedi, ma ruzzolò a terra. Una fitta di mal di testa le trafisse le tempie lasciandola in lacrime. Il dolore delle ore precedenti la colpì a ondate. Il volto era tumefatto e il naso era gonfio, non riusciva a mettere a fuoco nulla se non il debole riflesso della luna. La neve continuava a cadere placida.

<<È solo un incubo, domani…>>, sussurrò e si addormentò nonostante tutto.

Una secchiata d’acqua gelida la svegliò. <<Alzati cagna!>>, le intimò un razziatore, ma rimase ferma là dove si trovava.

<<Alzati!>>, le urlò mentre le diede un calcio in faccia. <<La signora si fa attendere>>, disse scoppiando a ridere. Le afferrò i capelli e la trascinò fuori.

Anna cercò di alzarsi per seguirlo, ma l’uomo non perdeva occasione per colpirla. La sospinse lungo un corridoio con le finestre sbarrate e una volta arrivati alla scalinata principale l’uomo le diede un calcio sulla schiena che la fece ruzzolare sugli scalini.

Cadde malamente sul ginocchio e il gomito, faticò a rialzarsi. Il bastardo la stava raggiungendo con calma, senza preoccuparsi di una sua possibile fuga. Dovette raccogliere tutte le sue energie per riuscire ad alzarsi in piedi. L’avrebbe ucciso, non sapeva come, ma ci sarebbe riuscita.

<<Che paura… al capo farai girare la testa!>>

Non appena l’uomo le si avvicinò le afferrò la cinta e la strinse a lui. <<Non preoccuparti, sapremo prenderci cura di te>>, disse ridendo.

<<Non ci contare, testa di cazzo!>> e gli spaccò il naso con la testa.

L’uomo le afferrò i capelli e le sbatté il muso sul muro. <<Brutta testa di cazzo>>, la sollevò per i capelli e ricominciò a trascinarla. <<Stanotte ti insegnerò il rispetto che mi devi>>.

Superarono diverse stanze, girando sempre a destra. Riuscì a intravedere l’ingresso principale, ma era presieduto da almeno due guardie armate.

Non sarebbe stata una passeggiata scappare da quel posto. Tutti gli uomini erano ben armati con fucili, pistole e pugnali. Uno strattone la riportò alla cruda realtà. Il razziatore aprì una porta e le diede un calcio sulla schiena.

Cadde sulle ginocchia e quando rialzò lo sguardo rivide il volto vomitevole del suo primo aggressore. Due donne nude e sane, senza cicatrici della malattia sul corpo, sedevano sulle sue gambe, intente a baciargli il collo e a massaggiarlo. L’uomo diede una pacca sul culo a entrambe e queste si alzarono di lato, aiutandolo ad alzarsi in piedi, mostrando ai presenti tutta la sua virilità.

Prese una corda e si avvicinò ad Anna. Le afferrò il muso tra le mani e le controllò gli occhi, le orecchie e la bocca. La ragazza gli morse il pollice e gli sputò in faccia.

L’uomo rise divertito. <<Più combatterai e più sarà un piacere>>. Le legò la corda al collo con un nodo a scorsoio. <<Mi chiamo John e da ora in poi sarò il tuo dio! Dovrai prostrarti ai miei piedi, dovrai implorare il mio perdono per per non esserti piegata al mio volere.>>

Le afferrò un polso e glielo tese, per costringerla a baciarlo. <<Farai tutto quello che voglio.>>

<<Piuttosto la morte>>, John le torse il braccio e la baciò, senza che lei potesse ribellarsi.

Ad Anna le venne un conato di vomito, ma dovette subire impotente. Non appena l’uomo finì, lei tentò di colpirlo, ma tese la corda e dovette assecondarlo.

<<Richy, ti ammazzerà… ammazzerà tutti voi!>>, urlò con rabbia, ma John le bloccò la testa a terra.

<<Quel bastardo è morto, tu appartieni a me, tu appartieni a tutti noi>>

<<Richy… Richy è Richy, lui non può morire, lui…>>, si sentì avvampare e riuscì a stento a trattenere le lacrime. Non poteva crederci, semplicemente non voleva. I ricordi del giorno prima erano ancora confusi e annebbiati. Richy doveva ancora essere vivo.

L’uomo strattonò il guinzaglio e la costrinse a mettersi a quattro zampe per seguirlo. La trascinò all’aperto sotto la neve.

<<Quello stronzo è morto>>, disse fissando l’uomo che l’aveva svegliata pochi minuti prima. <<Voglio la testa di quel bastardo>>

Anna riuscì ad afferrare la corda, per rimettersi in piedi, ma ricevette un calcio dietro un ginocchio, finendo di nuovo per terra. John la costrinse a strisciare e ad arrampicarsi su una pedana al centro del giardino. La legarono in modo da costringerla in ginocchio e col busto dritto. Ogni movimento avrebbe stretto il cappio intorno al collo, strozzandola.

<<Quando tornerò, mi implorerai di fotterti così forte, da dimenticare il tuo nome>>.

Anna tremò e gli sputò in un occhio, ricevendo uno schiaffo in risposta.

L’avrebbe ucciso, sapeva solo quello.

John e l’altro sparirono all’interno dell’edificio, lasciandola completamente sola sotto il cielo di Dicembre. La neve cadeva lenta sulla sua pelle congelandosi. Era vestita solo dalla biancheria e da una canotta lacera. I capelli bagnati erano come delle lame che le trapassavano la schiena.

Chiuse gli occhi, tremava come un pulcino e cercò di non pensare alle parole di quell’uomo. Richy non poteva essere morto. Cercò di fare ordine tra i suoi ricordi, ma l’unica cosa che le tornava in mente era la battuta di caccia. Avevano abbattuto il cinghiale più grande che avevano mai visto, ma poi cos’era successo?

Una fitta le tagliò in due il cervello. Vomitò bile e il respiro le si accorciò. Richy era stato colpito e perdeva sangue, ma era ancora tutto confuso, molto confuso. La neve cominciò a cadere più fitta.

I minuti scorrevano lenti, mentre piccoli gruppi di razziatori entravano e uscivano dal campo a piccoli gruppi di tre. Il sole splendeva alto in cielo e notò che quei gruppi andavano e non facevano più ritorno.

Ne aveva contati quindici. Quindici razziatori scomparsi e ne sorrise.

Con le ginocchia spazzò via la neve sotto di lei. L’avevano legata su una pedana di legno, continuò a smuovere la neve, finché un chiodo scoperto le bucò il ginocchio. <<Cazzo>>, le mancava solo questo. Aveva fame e cominciava ad essere stanca, ma non poteva muoversi o cedere, altrimenti la corda l’avrebbe strozzata.

<<Ciao, raggio di sole!>>, le disse una ragazza dai capelli neri. Aveva una ciotola di zuppa tra le mani e le si avvicinò per imboccarla.

<<Non dev’essere facile, ma ti garantisco che il capo sa essere… come dire: gentile>>

Le scostò i capelli dalla faccia e l’aiutò a mangiare. <<Brava, questo ti aiuterà, bevi tutto>>. La ripulì e le allentò un po’ la corda.

<<So che può essere fastidioso, ma stringi i denti, se glielo consentirai, sapranno riscaldarti il cuore>>, le fece l’occhialino e se ne andò.

La zuppa le riscaldò lo stomaco e subito dopo si sentì intontita e leggera. Il mondo cominciò a vorticare e presto si sentì discostare dal suo corpo. Non sentiva né dolore, né freddo. Il mondo perse di senso e si ritrovò all’improvviso all’interno dell’aula magna dell’università.

Il professore Poli spiegava come ogni giorno: <<Il passato si riversa nel presente, condizionando il nostro tempo. Gli antichi egizi accompagnavano i loro morti fino all’ultimo viaggio, mantenendo sempre un grande rispetto e reverenza per l’oltretomba…>>

Anna si alzò dalla sedia confusa e abbandonò l’aula. Cercò istintivamente il fucile, ma trovò solo la borsa che usava all’università. Scoppiò a ridere, era stato tutto un incubo? Aveva sognato tutto? Quei cinque anni erano stati solo il frutto della sua immaginazione? Si dovette appoggiare su un muro o sarebbe caduta. Cominciò a tossire, come se qualcuno la stesse strozzando. Tossì più forte e si riprese. Cominciò a piangere senza motivo, si sentiva sola e abbandonata, avrebbe voluto rivedere Richy, ma possibile che non fosse mai esistito?

Alzò gli occhi e Richy l’abbracciò. Era lì con lei. Le accarezzò i capelli e la coccolò. Con lui si sentiva al sicuro e gli si abbandonò tra le braccia. Non lo aveva sognato, esisteva realemente!

Richy indossava una felpa dei Metallika e lunghi pantaloni neri. Le prese la mano e l’accompagnò nel cortile del campus. Nevicava tantissimo per essere solo l’inizio di Dicembre, ma la neve la metteva sempre il buon umore. Il Natale si avvicinava e poteva scorrere un po’ di tempo con le persone che amava. Gli strinse le mani e gli sorrise.

La fece salire su una scalinata enorme, il marmo bianco si confondeva tra la neve e una strana inquietudine cominciò a farsi strada in lei. Arrivarono su una pedana e il campus sembrava essere stato completamente inghiottito dalla neve.

Si inginocchiarono per terra e Richy le indicò un punto, vicino al ginocchio.

<<Combatti Anna!>>, le mostrò un chiodo scoperto. <<Non arrenderti>>. La ragazza afferrò il chiodo e tentò di estrarlo, ma era difficile.

<<Non ci riesco…>>, si lagnò. Era gelato e continuava a scivolarle dalle mani. La paura cominciò ad avvolgerla e le lacrime le rigarono il volto. Richy continuava a starle accanto e a incitarla.

Anna continuò a grattare il legno, finché non riuscì ad afferrare il chiodo.

<<Si muove!>>

<<Brava, ora afferralo!>>

Le unghie le si spezzarono nel tentativo, ma esultò! Quel chiodo era al sicuro nel suo pugno e sorrise. Ce l’aveva fatta, ma in quell’esatto istante l’immagine di Richy svanì da sotto i suoi occhi. La realtà la investì con tutta la sua forza.

Si sentiva intontita, ma strinse il chiodo, come se fosse la sua unica ancora di salvezza. Tremò come un pulcino, e notò solo in quel momento che ormai era quasi notte.

Intorno a lei i razziatori erano spariti. Era successo qualcosa.

L’uomo del mattino le si avvicinò e le leccò il viso ridendo. <<Vengo a riscuotere, puttana!>>

La slegò e la trascinò nella sua camera. Anna non fece resistenza e lo seguì docile. Tremava, riusciva solo a tenere il chiodo stretto in pugno.

L’uomo si chiuse la porta alle spalle e sospinse la ragazza sul suo letto. Si abbassò i pantaloni e le salì sopra. Anna gli cinse il collo e afferrò il chiodo come se fosse un pugnale.

Si fece denudare e leccare, ma nel momento in cui il razziatore iniziò a baciarla, lei strinse il pugnale e lo affondò nel collo. Lo spinse di lato e gli salì a cavalcioni, impedendogli qualsiasi resistenza.

L’uomo sembrava sconvolto e sorpreso, non si aspettava che i ruoli si sarebbero potuti invertire.

Anna estrasse il chiodo dal collo, gli tappò la bocca con la mano e continuò a pugnalarlo sugli occhi, le tempie e il collo, finché l’uomo non si mosse più.

Si sdraiò liberandosi dalla corda, gli rubò i vestiti e li indossò.

Avrebbe voluto concedersi un lungo pianto liberatorio, ma non ne aveva il tempo. La notte era lunga e sarebbe potuto accadere di tutto.

 

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