Infernale

Il post di oggi sarà un po’ diverso dal solito, crudo, acido e forse una piccola denuncia sulla stato d’essere, ma non lo dirò apertamente, sarete voi a decidere alla fine di questo articolo se ciò, che avrete letto sarà stato un racconto basato su fatti inventati o su fatti realmente accaduti.

Con questa piccola anticipazione, vi auguro buona lettura!

Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Una giovane donna si teneva la pancia per il dolore e accompagnata dalla madre si apprestava  a varcare la porta automatica del pronto soccorso.

“Meno male, non c’è nessuno, forse ti fanno passare subito” disse la donna.

La ragazza si limitò a annuire e si avvicinò alla grande finestra di vetro per farsi vedere dalle infermiere.

Non appena la videro si affrettarono ad aprire la porta di sicurezza, anche questa automatizzata e la fecero entrare.

“Come mai è qui?” Chiese l’infermiera seduta dietro la scrivania. Aveva i capelli biondi a caschetto e un’aria vagamente annoiata. Strano come in certe situazioni si notino certi dettagli irrilevanti come un neo sul mento o il correttore per le occhiaie, sotto gli occhi ormai secco, o ancora gli occhiali azzurri sottili e chiari, che le scivolavano sul naso ogni due secondi.

“Mi fa male qui, forse dove c’è il fegato… ha cominciato a farmi male ieri in palestra e poi non mi ha più lasciato. Ora, ha preso anche allo stomaco e ogni tanto mi tira la gamba.”

“Nausea?”

“No.”

“Si sieda e tiri su la manica.”

La ragazza obbedì all’ordine e si fece misurare la pressione. Subito dopo l’infermiera stampò una striscia di carta e la legò intorno al polso, affrancandola con un adesivo con stampato un codice a barre, nome e cognome e orario di entrata: 9.07.

“La mamma la facciamo accomodare nella sala per i parenti, ok?”

La madre annuì e uscì.

L’infermiera si guardò in giro alla ricerca di qualcuno e sorrise: “Guido, non è che prenderesti un bicchiere per la ragazza? Così le facciamo fare le analisi delle urine.”

L’uomo, alto, giovane e pelato, sorrise. Indossava un camicie verde e si avvicinò col bicchiere di plastica bianco.

“Vieni, per di qua.” L’uomo scortò la ragazza per un paio di metri e disse: “Guarda vai avanti ancora un po’, il bagno si trova tra la tenda e la finestra…”

La ragazza si guardò intorno, ma non aveva capito, perché quel posto era pieno di tende! L’uomo intuendo la sua incertezza sorrise.

“Vieni ti porto” disse con fare sbrigativo.

Il bagno non era troppo lontano, effettivamente si trovava dietro una tenda rosa, ma per andare doveva superare tre lettini e passare davanti a un sacco di persone sedute lì vicino.

La ragazza sbuffò, entrò in bagno e uscì col bicchiere vuoto dopo cinque minuti. -Ho sete e non ho più pipì da fare… a saperlo, non la facevo prima di uscire di casa.-

Con lo sguardò cercò un’infermiera, ma in giro non ce n’erano, perciò si avvicinò all’ingresso e placcò una donna col camice verde, si guardò in giro con fare sospetto e bisbigliò talmente piano da costringere la donna a piegarsi piano.

“Non ci riesco.”

“A fare cosa?”

La ragazza mostrò il bicchiere e le lanciò uno sguardo di intesa. L’infermiera le lanciò un’occhiata torva e alla fine alzò le spalle in segno di rassegnazione.

“Si vada a sedere, e quando le verrà, durante l’attesa, me la porti.”

“Okei.”

La ragazza si voltò dubbiosa e osservò l’ambiente per la prima volta. Il centro della sala era occupato da quattro lettini e ogni persona sdraiata era diviso da una tenda tirata a metà. Una ragazza coi capelli neri e legati a coda di cavallo se ne stava sdraiata su un fianco, tenendosi la pancia e di fianco a lei sdraiate, mezze addormentate c’erano tre nonnine. Poco più avanti una saletta chiusa da una finestrona e una porta di vetro, era piena di gente; tra lettini con flebo e gente seduta in attesa non doveva esserci molta aria.

Così la ragazza si avvicinò alla porta del bagno dove c’erano quattro sedie libere e solo una ragazza e un uomo seduti distanti tra loro.

La ragazza si sedette in mezzo a loro e di fronte c’era una ragazza, forse quattordicenne, sdraiata con una flebo; accanto a lei sua madre, vestita con un completo nero, una borsa di pelle nere e un’aria seccata e insofferente. Guardava continuamente l’orologio e ogni tanto accarezzava il braccio della figlia.

Quanta gente diversa la circondava. La ragazza col dolore alla pancia accavallò le gambe e cominciò a leggere in attesa della pipì, che non arrivava. Il tempo passava e le persone intorno a lei continuavano ad andare e venire. Ad un certo punto si sedettero accanto a lei una donna con il figlio con una divisa da calciatore. Il bambino si teneva il polso e la madre gli accarezzava le spalle.

Ogni tanto la madre tirava fuori il cellulare e aggiornava sulla situazione parenti e amici.

La ragazza si alzò e cercò un infermiere, ma trovò una col camice bianco e uno zaino in spalla.

“Scusi, ho sete come posso fare?”

“Chieda a un’infermiera, non a me” rispose secca e si volatizzò. La ragazza la guardò sbalordita, mentre se ne andava. Si voltò e trovò un infermiere.

“Avrei sete come faccio?”

“Guarda qui non ci sono macchinette, sono solo fuori…”

“Dove?”

“Vai lì in fondo, dove c’è scritto uscita, poi giri a destra fino a trovare un’altra porta con scritto uscita, poi vai avanti la prima porta a destra fino in fondo al corridoio e sei arrivata.”

La ragazza si guardò intorno, individuò la prima porta e si rigirò di nuovo verso l’infermiere pelato. “E per rientrare?”

L’uomo sorrise e indicò l’ingresso. “Basta che ti fai vedere alla finestra, mostri il bracciale e ti fanno rientrare.”

“Ok, grazie!”

La ragazza seguì le indicazioni, trovò la madre che si alzò per venirle incontro, pensava che avesse già finito, ma spiegò che aveva sete e tutto. La salutò comprò l’acqua e si avviò verso l’ingresso.

Qui incrociò una ragazza bionda e anche lei aveva due braccialetti bianchi ai polsi. Si avvicinò a un ragazzo, che proprio in quel momento si era avvicinato alla porta di ingresso.

La ragazza suonò il campanello, ma nessuno le aprì e così rimase in attesa.

La bionda con un piercing al labbro si trattenne dal piangere e l’uomo le posò una mano sulla spalla.

“Mio papà era strano… abbiamo fatto un incidente ed è svenuto.”

La ragazza col dolore alla pancia cercò di aprire la bottiglia, ma era dura e nel tentativo ruppe il bicchiere di plastica.

“Guidava strano… andava in mezzo alla strada senza accorgersi. Più di una volta gli ho detto di stare sulla destra e a un certo punto ho anche usato il freno a mano. Non c’era con la testa.” Disse la bionda socchiudendo ogni tanto gli occhi. Si avvicinò al campanello.

“Ho già suonato prima” Intervenne la ragazza con l’acqua.

“Ok”, la bionda si girò verso l’uomo e continuò a raccontare, “arrivati in viale Verde ha invaso l’altra corsia, è riuscito a sterzare e abbiamo sbattuto contro un albero… hanno chiamato l’autombulanza per me che avevo sbattuto la testa, ma quando sono arrivati i soccorsi, lui ha perso i sensi” alla donna le tremarono le labbra e venne abbracciata dall’uomo con un tatuaggio sul collo.

“Quando siamo arrivati qui, non volevo nemmeno dire niente per me, ma sono stati i soccorsi a dire che sono stata male e così…” disse alzando i polsi “ora sono sia accompagnatrice, che paziente” sorrise nervosa e suonò.

“Ma non ci aprono?” Disse rivolta alla ragazza.

“Non lo so, anch’io sono paziente e dovrei essere chiamata.”

La bionda nervosa scampanellò tre volte e si avvicinò al vetro sbattendo i pugni e mostrò i braccialetti.

Le porte si aprirono solo dopo dieci minuti o più, la percezione del tempo era sfalsata.

La bionda si avvicinò infuriata alla scrivania del chek d’entrata. “SONO PAZIENTE E ACCOMPAGNATRICE, PERCHÉ NON MI AVETE FATTA ENTRARE PRIMA?”

L’infermiere basso, tarchiato e con gli occhi a palla, si scusò e in seguito intervenne un’infermiera con gli occhiali. “Ero impegnata e poi sei accompagnatrice, puoi aspettare.”

La bionda le si avvicinò furiosa, mostrando i polsi, “SONO PAZIENTE, PAZIENTE, PAZIENTE.”

La piccola infermiera, cercando di calmarla rispose che non si era accorta e la discussione si placò.

La ragazza con l’acqua si avvicinò all’infermiere con gli occhi a palla e gli chiese un nuovo bicchiere, perché il precedente lo aveva rotto.

“Certo” le porse il bicchiere e la ragazza si allontanò verso il posto che aveva abbandonato poco prima.

“È occupato?” Chiese riferendosi alla sedia occupata dalle borse delle due madri, quella del ragazzino con il braccio dolorante e quella della ragazzina sdraiata con la flebo.

“No, no” si affrettarono a rispondere quasi in coro.

“Grazie” rispose la ragazza. Si sedette estrasse di nuovo il libro e si voltò a osservare di nascosto i due alla sua sinistra. La donna aveva i capelli lisci, fino a sotto le spalle e un paio di occhiali in plastica.

“Gioca a calcio?” Chiese alla madre, riferendosi al figlio.

“Sì, che rabbia si è fatto male mentre faceva la partita”.

“Portiere?”

“No” rispose il piccolo, “attaccante”.

“Allora ti hanno falciato per bene, eh?”

Il ragazzo sorrise rassegnato.

“Speriamo che sia solo una distorsione.” Concluse la madre.

Il tempo trascorse e davanti alla ragazza passarono diversi personaggi.

Tutti bene o male snervati per l’attesa infinita. Un uomo sulla settantina, inciampato su delle ciabatte, inveiva al telefono contro il sistema medico italiano: “all’ingresso c’era scritto lasciate ogni speranza o voi che entrate”. Un uomo in attesa dell’atntitetanica, uno zoppicante con la caviglia a pallone, uno vestito con tuta e maglia rossa, uno con i vestiti fosforescenti gialli che si era punto con delle siringhe e un altro ancora era in attesa dei risultati cardiaci.

Le lancette dell’orologio ticchettavano veloci, ma nella saletta d’attesa il tempo era fermo. Le quattro del mattino e le facce continuavano a mutare. Amicizie nate tra le sedie dell’ospedale e poi la ragazza venne improvvisamente chiamata.

La ragazza si alza e le voci si interrompono.

Attraversa la sala e entra nel box quattro. Viene accolta da un chirurgo con due piercing all’orecchio e un tatuaggio sul collo e sul braccio. Le sorride e la fa sdraiare sul lettino.

Prelievo del sangue e medicina speciale. Prassi regolare.

Non importa cosa tu abbia, ma la tachipirina 1000 è la soluzione ad ogni male e così l’avventura della nostra eroina ha fine; percorre l’uscita accompagnata dall’applauso degli amici di corsia. Da quelle persone che verranno dimenticate il giorno stesso e allo stesso tempo non si dimenticheranno più.


Dilemma

Quello che ho raccontato sarà successo veramente o no? Lascio a voi rispondere e con il presente articolo voglio avvisare tutti i miei lettori, che i post usciranno un giorno a settimana e precisamente ogni martedì nel primo pomeriggio!

A presto e a martedì prossimo!

8 thoughts on “Infernale

  1. Non dobbiamo mollare la sanità pubblica, dobbiamo difenderla a tutti i costi, per evitare scene come questa, se vere o no, non importa, sono plausibili. Dobbiamo difendere quei quattro infermieri a 12 ore di turno al giorno da chi vorrebbe tutto bello figo e privato e … per pochi! Ps.: buon martedì

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      1. Già, ma la cosa assurda è che per fare un’ecografia al fegato con mezza urgenza, mi conviene farla in una clinica privata, sia per la velocità che per la convenienza! In ospedale mi volevano far andare fra un mese… abbiamo rasentato l’assurdo!

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