Reborn city

 

 

Attenzione!

Il seguente racconto contiene riferimenti espliciti ed impliciti ad attività sessuali e/o situazioni forti. Se ritenete che questi contenuti possano in qualche maniera offendervi o ferire la vostra sensibilità vi esorto a non procedere alla lettura. Non mi ritengo responsabile di eventuali conseguenze in quanto siete stati avvertiti.

Per tutti gli altri buona lettura!


Il ragazzo si gettò sul letto, premendo con forza gli auricolari, non voleva sentire la madre fottere con l’ennesimo estraneo. Odiava quella situazione, odiava quella casa, odiava se stesso per essere un incapace.

A lei non piaceva farlo, lo capiva dai suoi occhi spenti, incorniciati da una massa di capelli neri e esaltati dalle labbra rosso fuoco, ma era l’unico modo per tirare avanti. Gli sorrideva triste tutte le volte che lo incrociava, quando rientrava mano nella mano con l’ultimo estraneo. Non importava che ore fossero, lui doveva alzarsi e sparire. Si chiudeva in camera, si infilava le cuffie, alzava il volume al massimo e sperava che l’ora seguente volasse via velocemente.
Le regole erano sempre le stesse: guarda la tivù, non fare rumore e non disturbarmi. Qualsiasi sia il motivo.

Lo faceva per lui, diceva. Per dargli un futuro, continuava, ma i soldi per il college non c’erano mai. I soldi per corrompere l’omino statale delle assunzioni, non c’erano. Voleva un lavoro, voleva andarsene. Gli bastava andare via da quello schifo.

I soldi, però non bastavano mai.

Aaahh, Oohh. Dalla stanza accanto si poteva sentire il ritmo incalzante crescere e in continuo aumento. La testata del letto batteva contro il muro con maggiore foga. Il ragazzo si sedette. Le cuffie non bastavano più. Riusciva a sentire ogni cosa. Cominciò a sbattere nervosamente il piede a terra. Accese il televisore nella speranza di distrarsi, ma subito si disilluse.
NO SIGNAL.
Tutti i canali erano stati oscurati. Si alzò in piedi, dando un calcio al televisore. Sua madre non aveva pagato l’abbonamento. Era sempre così. Al mondo esistevano solo lei e le sue esigenze di merda.
Prese lo zainetto e se lo mise in spalla. Le urla dei due amanti si erano fatte più acute e più forti. Uscì dall’appartamento, richiudendosi la porta alle spalle. Odiava quella casa e odiava sua madre, anche se in fondo lo stava facendo per lui o almeno voleva crederlo.

“Che fai? Non resti in casa a goderti lo spettacolo?” Esordì il vicino di casa con un ghigno malefico dipinto in faccia. Il ragazzo si mise le mani in tasca e tirò dritto senza nemmeno guardarlo, ma l’uomo lo bloccò, mostrandogli un sorriso ancora più orribile. “Voglio fottermela… sì, e non sai quanto!”

Il ragazzo digrignò i denti, un’altra delle regole della madre era: non creare MAI problemi al padrone di casa. Sbuffò, non ne poteva più di quel mondo fatto di regole.
“Sai… se riesci a organizzare un incontro con lei… anche se non vuole… potrei, insomma abbonarvi questo mese e…” Il ragazzo si allontanò dall’uomo, puzzava da morire. Lo guardò di sbieco e deglutì. “Parla con lei di queste cose… è la regola”.

L’uomo innervosito, gli afferrò il polso e lo trascinò verso di lui, “no” squittì. Gli carezzò il volto e rise affannato, era terribilmente sudato da far schifo. “Quella cagna non vuole, continua a rifiutarmi… puzzo” strinse la presa ancora di più e con l’altra mano cominciò ad accarezzargli i lineamenti del viso, del collo fino a giù alla patta dei pantaloni. “Però potresti prendere il suo posto… sei bello quanto basta e alla fine un buco vale l’altro”.

Il ragazzo gli diede una testata sul naso, rompendoglielo. Si voltò e lo colpì alla mascella, fracassandogliela. Gli sembrò di non respirare da quanto il cuore battesse. Guardava quell’uomo così piccolo e insignificante tenersi la bocca con la mano. Gli aveva rotto un paio di denti e il sangue continuava a colargli sulla vecchia camicia puzzolente.

“Cosa hai fatto stronzo? Sei peggio di quella troia! Non vi voglio in casa mia… il prezzo è raddoppiato bastardi!” Il ragazzo a quelle parole cominciò a correre, svuotato da ogni pensiero. Scese le scale a due a due. Uscì dal palazzo e corse.

“Ehi Micky, cosa ti prende?” Disse una voce alle sue spalle. Era arrivato al porto senza nemmeno rendersene conto. Il ragazzo si fermò e alzò lo sguardo. Un uomo sui trenta, di colore, lo fissava con aria interrogativa. Guardò il cielo e inspirò profondamente. “James… ho bisogno di un lavoro”,

che si fotta la scuola e tutto il resto-.

L’uomo gli sorrise e gli diede una pacca sulla spalla. “Seguimi”.

*

Una donnina sui cinquanta era alle prese con le sue rose selvatiche. Tagliava e potava i rami ribelli. Ogni tanto si sistemava il cappellino sulla testa e canticchiava. Quando il lavoro di giardinaggio si concludeva, si rilassava sulla panchina posizionata vicino al muretto, che delimitava la terrazza. Lei proveniva da una famiglia di campagna e quando, da sposata, si era trasferita in centro città la sua anima si era emozionata tutta. Avrebbe potuto fare la vita che aveva sempre sognato: frequentare feste, fare la movida e conoscere tutti i personaggi che contano, ma i sogni, sono sogni e non si realizzano mai. L’emozione lasciò, ben presto, il posto alla nostalgia e a un certo livore verso il marito. Sempre assente, sempre al lavoro o tra le braccia di qualcun’altra. Chiuse gli occhi. Adorava assaporare il vento tra i capelli. Il suo piccolo nido d’amore si trovava in cima al trecentesimo piano di uno dei grattaceli più lussuosi della città. Ogni tanto il cielo veniva lacerato da alcune olo-pubblicità, ma ormai, con il tempo, aveva imparato a ignorarle.

“Ciao ma’”, una voce alle sue spalle interruppe il corso dei suoi pensieri. Suo figlio diciottenne era appena rincasato dalla prestigiosa scuola, che suo padre, ogni mese e con scadenza quasi maniacale, gli pagava.

“Ben tornato” cinguettò. Gli sorrise, appoggiò le cesoie sulla panca e si ripulì le mani con il grembiule. “Com’è andata?” “Ho superato l’esame per l’abilitazione al lavoro! Da domani potrò stare al fianco di pa’ come suo pari! Dov’è?” La donna alzò le spalle. Forse si trovava tra i seni della solita sciacquetta. Sorrise, decisa di ignorare quel pensiero. Accompagnò il figlio in cucina e lo fece sedere. Congedò la domestica e tirò fuori dalla credenza gli ingredienti necessari per la sua famosa torta di pesche. “Ricordati una cosa, anche se da domani potrai permetterti qualsiasi cosa tu voglia… non dimenticarti mai la tua indipendenza.” Gli fece l’occhiolino, gli porse un mestolo, la ciotola con farina e uova. “Su aiutami”. Continuava a sorridergli orgogliosa. “Congratulazioni”

Continua…

 

Modificato in data 12 febbraio 2015


 

L’immagine in testata è frutto di una collaborazione:

Personaggio by Eriza

Ambientazione e scritte by me.

© All rights reserved
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14 thoughts on “Reborn city

  1. Secondo me è un racconto valido. Anche se l’incipit è da rivedere, si entra abbastanza in fretta nella storia. Ti sei lasciata andare e si vede. La prima parte è più interessante della seconda e non c’è un vero finale, o, almeno, io non l’ho capito. I dialoghi funzionano. Mi è piaciuto. Bella l’immagine di copertina! 🙂

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    1. non è un vero finale, l’ho lasciato aperto per un futuro racconto… diciamo che l’intera storia è una sorta di incipit.
      Perché dici che l’incipit è da rivedere? In cosa ti ha dato la situazione sensazione che sia troppo frettoloso
      (Grazie per le critiche!!!)
      Per la copertina grazie, ma la maggior parte dei complimenti vanno a Eriza.

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      1. I primi due paragrafi, a differenza del resto del racconto, sanno di cliché. Sei stata pigra… “Il ragazzo premeva forte le auricolari sulle orecchie” – avrei smesso di leggere qui, per fortuna non l’ho fatto perché il racconto è bello ed è scritto bene. Poi, perché deve tirare un calcio al televisore? Insomma, puoi fare meglio di così. Vai più a fondo. Un ragazzo ascolta la musica per non sentire sua madre fottere con degli sconosciuti nella stanza accanto… è un’immagine forte, puoi trovare spunti migliori dei primi due paragrafi. Invece il resto funziona proprio bene, l’incontro con il vicino (padrone di casa) lo si vede come fosse davanti agli occhi. In quel caso si vede che avevi un’immagine chiara e un’intenzione (un obbiettivo) ancora più chiaro. 🙂

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      2. Beccata!
        Con l’incipit ho avuto difficoltà! L’immagine iniziale era quella dove si vedeva direttamente la madre… diciamo fare il suo lavoro, ma non sono riuscita a scrivere quella scena. Ce l’avevo chiara, ma non ci sono riuscita. Mi sono sbloccata dal punto che hai individuato. Poi non capisco nemmeno, perché mi sia fata tutti sti problemi… non sono bigotta e nemmeno puritana…:P
        Grazie, nel prossimo racconto cercherò di non castrarmi da sola.
        Grazie! (ho fatto bene a chiederti di diventare lettore cavia per il romanzo ;))

        Liked by 1 persona

  2. Concordo con Salvatore per quel che riguarda l’incipit, e anche per tutto il resto.
    Il racconto è sicuramente scritto molto bene. Non mi piace molto quel “yo” detto da un uomo che, seppur di età non specificata, io mi immagino come un viscidone di mezza età. Comunque è un termine gergale mutuato dalla subcultura rap, quindi potrebbe risultare incoerente con la natura del personaggio. Inoltre, se la madre “si chiude in camera” come fa ad essere un monolocale? 🙂
    Non sono inoltre riuscita a cogliere il legame fra la prima e la seconda parte. C’è un seguito? 🙂

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    1. Grazie!
      In effetti quel yo non mi convinceva e non sapevo spiegarmi perché…
      L’immagine del vicino è azzeccata, un viscidone di mezz’età ci sta tutto 😀
      Per il monolocale non ci avevo riflettutto… in effetti sono due camere… quindi sarebbe più giusto dire bilocale.
      Correggo!

      Si c’è il seguito che legherà la prima con la seconda parte. Forse non è stata una furbata dividerlo a metà 😛
      Grazie di cuore!

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    1. mmh quando torno a casa, cancello la ripetizione!
      Uno di questi giorni scrivo il seguito… devo solo decidere se pubblicarlo in unico post o dividerlo in due… dalla scaletta che ho buttato giù c’è un bel po’ di roba!

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  3. Come scena, quella del ragazzo che si chiude in camera, sa di già visto anche secondo me. In diversi film americani si è vista una scena del genere. Neanche io vedo il nesso fra la prima e la seconda parte del racconto. Né col titolo. Secondo me ha senso se pubblicato col seguito, altrimenti non si intravede una storia.
    Le scene sono rese bene, secondo me, però non capisco l’ambientazione né l’epoca.

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    1. Per il cliché ok, ma non cambierei la scena. Un ragazzino, che assiste tutti i giorni all’attività della madre non resta a osservarla, o si chiude in camera o esce e in questo caso fa entrambi 🙂
      Sì, ci stavo riflettendo sul fatto del seguito, ma probabilmente pubblicherò il seguito a giorni. Volevo fare una sorta di racconto in due puntate. Questo era una sorta di incipit di introduzione.
      Per l’ambientazione e l’epoca, ho voluto dare solo alcuni pezzi. Non completi, in modo da dare un po’ di mistero e non svelare tutto subito, del resto però fin’ora le scene si sono svolte in alcuni interni. Descrivere gli ambienti non era mio interesse farlo. Forse lo farò… non so

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