Resa dei conti

Joseph calmò il respiro. L’aria era gelida e pungente, nuvolette di aria calda si formavano dalla bocca. Sgranchì le dita indolenzite dal freddo. Si trovava semi sdraiato sul terrazzo di uno dei grattacieli più alti della città.
La neve cadeva fiocamente dal cielo, le stelle quasi non si vedevano grazie a tutti gli addobbi e luminarie natalizie che dipingevano il cielo in fasci luminosi, dai colori più disparati. In quel periodo la città si trasformava: le vetrine si animavano in graziose animazioni di folletti e slitte giocattolo. Immagini di Babbi Natale invadevano il cielo, cantando le strofe storiche di Jingle bells per invitarli nei vari negozi.
La vita proseguiva calma e placida, ma per Joseph aveva perso senso da ormai troppi anni. Sbuffò, l’orologio da taschino ticchettava lento, probabilmente non segnava più l’ora esatta, ma non gli interessava.
Per papà da Christy.
Era inciso sotto il quadrante, le mani gli tremarono per un attimo. La sua bambina era la cosa più preziosa che avesse mai avuto. Si sedette, appoggiando le spalle sul parapetto. La neve cominciava a bagnargli i vestiti. Nascose gli occhi dietro le mani. Ogni volta che ripensava a quel giorno si sentiva morire dentro. La disperazione lo avvolgeva con sempre più forza e sembrava non volerlo abbandonare.
L’esplosione e le fiamme spensero per sempre il sorriso della sua piccola, ma non i suoi continui incubi.
Grugnì. Guardò il cielo e inspirò, l’aria gelida gli punse i polmoni e si rimise in posizione. Abbracciò il fucile e rimase in attesa dell’obbiettivo.

Il signor Orwell si fermò a dare una generosa somma a un senza-tetto della città. Si voltò verso il figlio e lo prese per mano, “è importante condividere con chi è meno fortunato”. Il bambino fece sì con la testa e gli sorrise. Poco dopo si avvicinarono a una vetrina piena di dolci di ogni tipo e si fermò. Bomboloni, torte, tronchetti e bigné, tutto ciò che un bambino potesse desiderare. Suo padre lo chiamava, ma lui non si voleva spostare da lì. Cominciò a piangere, ma il padre gli riprese la mano e lo strattonò. “Dopo vedremo”, gli accennò un sorriso, ma nessuno dei due sembrò crederci troppo.

Joseph inspirò, aveva appena agganciato l’obbiettivo, ma per qualche ragione non riusciva a premere il grilletto. Col mirino continuava a inquadrare il volto del bambino. Non riusciva a distogliere lo sguardo, gli sembrava di rivedere il volto della sua bambina. I ricordi lo tradivano, più li seppelliva e più questi riafforavano con la potenza di un uragano. La notte di natale, i racconti della buona notte e l’albero addobbato. Sua moglie gli sorride e lo abbraccia. Si baciano, era una notte di festa e la mattina seguente la loro figlioletta avrebbe sprizzato felicità da ogni poro.
Joseph espirò. I ricordi si dissolsero come il suo respiro al vento. Strinse i denti, il suo obbiettivo era un uomo, un padre, come tanti altri, come lui un tempo, tantissimo tempo fa.

Orwell si accovacciò tirando in su i pantaloni. Asciugò le lacrime del bambino e gli sfiorò il mento. “Sei un ometto e gli ometti non piangono”, sfilò un piccolo pacchetto dalla tasca e lo mostrò al piccolo. “Domani è il giorno più bello del mondo e tu che fai piangi?” Gli sorrise e lo abbracciò. “Facciamo un patto, se domani fingi di non sapere nulla, puoi aprirlo ora, che dici?” Gli fece l’occhiolino. Il bambino scosse la testa e scartò la scatolina con un sorriso sempre più radioso.

Joseph si alzò in piedi e guardò le stelle. Si asciugò gli occhi col dorso della mano e sorrise. Ritirò il fucile nella sua custodia, prese il porta-sigari in argento, ne morse uno e se ne andò con un sorriso. “È Natale, per diamine”. Gettò dal terrazzo la radio e se ne andò.

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