Alcool, droga e scrittura

L’altro giorno leggendo le dichiarazioni del regista Lars Von Trier dopo la disintossicazione: “Non so se riuscirò a fare altri film e questo mi preoccupa”, mi sono letteralmente imbufalita.

E basta con questo cliché trito e ritrito. Per creare devi per forza drogarti e alcolizzarti? Bhe bello mio non sei un vero artista, sei solo un codardo, hai paura di affrontare certi argomenti con la cruda lucidità! Sono stufa di leggere nella storia dell’arte o nelle dichiarazioni di sedicenti autori, queste cose. Chi legge, chi non crede sufficientemente nel proprio lavoro, o anche solo un ragazzino potrebbe crederci per davvero!

“Mondo parallelo”

Il regista dice che per scrivere ha bisogno di entrare in una sorta di mondo parallelo dove tutto può accadere. Caro Von Trier. Anche a me succede tutte le volte che penso a un personaggio nuovo o a una storia, ma non faccio uso né di droghe, né di alcool, si chiama solo immaginazione.

Nient’altro.

Come disse un cliente qualche tempo fa: i creativi sono quelli che scrivono del vento e che mentre lo fanno se lo sentono soffiare in faccia. I peli delle braccia si drizzano e l’intero corpo ne sente la sensazione, come se ti trovassi in cima alla montagna.

Arte

Nella storia dell’arte artisti che fanno uso di droghe è un continuo ripetersi. Basti ricordare i poeti maledetti e della loro conseguente e prematura dipartita, erano soliti assumere assenzio, come bevanda preferita, un po’ letale oserei dire. I surrealisti facevano uso di droghe e di erotismo per poter entrare in uno stato di automatismo psichico. La storia ne è piena, ma non per questo deve essere una regola.

Vogliamo parlare dei cantanti? Quelli recenti? Rolling stones, Amy Winehouse, ma siamo sicuri che tutti loro non potevano essere ugualmente famosi e bravi da sobri? Siamo sicuri che quello che ci hanno regalato e lasciato per il futuro sia solo il semplice frutto di una droga?

Non è triste?

Sognare

Scusate non voglio assolutamente bacchettare nessuno, ma se uno si droga o beve, è una scelta personale. Una scelta non una necessità per la creazione, anche Steven King era caduto in quel vortice oscuro chiamato alcool, ma a causa di ciò stava perdendo tutto. Scrisse un intero libro (ora mi sfugge il titolo) senza ricordarsene. Non è svilente scrivere, creare e non ricordare nulla né della tua opera e neanche del periodo impiegato per realizzarla? Secondo me si. Non è il viaggio la parte più importante di un percorso o in questo mondo l’unica cosa che importa, è la velocità e il prodotto finale? Le vendite? Dobbiamo sminuire il nostro ego e divenire delle fabbriche?

Allora se è così capisco il perché della droga, ma scusatemi se rimango ancora della mia opinione, e che questo discorso sia così triste. Sono una romantica e una sognatrice, con un pizzico di realismo, forse sono nata nell’epoca sbagliata, tutto qui.

Alla fine

 Devo bere e drogarmi per avere successo? Non parlo del successo economico e neanche della fama. Il successo di cui parlo io è quello della mia produzione: il riuscire a creare un’opera, una canzone, un libro che abbia forma e che trasmetta emozioni forti, tanto da farti piangere! Secondo me, questo è un obbiettivo raggiungibile, difficile, ma non impossibile. Bisogna credere, una cosa molto più difficile che tirare di coca.

Che tristezza, pensare, che un’artista è grande solo perché ha alterato i propri sensi con alcune sostanze stupefacenti. Certo è stata una sua scelta, non gli si può dire nulla, ma siete davvero certi di essere ricordati, come drogati o alcolizzati? Quando Von Triar dice: A chi interesserebbero le canzoni create dei Rolling Stones senza alcol o di Jimi Hendrix senza eroina? Questo ne è un esempio e rispondo a questo regista: non possiamo saperlo, ci è stato negato dalle scelte di quegli artisti. Nessuno potrà mai saperlo e forse, nemmeno loro, i cantanti lo sapranno mai.

 Concludendo

Che cliché trito e ritrito e che banalità. La nostra mano è guidata dalle muse, non dalle bottiglie!

Voi che ne pensate? Siete sobri o la bottiglia e la vostra compagna di scrittura?


Scusate se il mio post è arrivato in ritardo e scusate se urterò la vostra sensibilità. Non era questo il mio intento, ma uno spunto di riflessione e uno sfogo.

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14 thoughts on “Alcool, droga e scrittura

  1. Stephen King non era solo un alcolizzato, ma anche un eroinomane. Nel vortice c’è caduto pienamente, ma se n’è anche tirato fuori. Nel suo saggio – On Writing – dichiara che non serve bere e drogarsi per scrivere. Lui parla di scrittura perché quello è il suo mondo, ma possiamo allargare il discorso anche alle altre arti. In fondo non mi pare di ricordare che Bach si drogasse o alcolizzasse quando scrisse le sue sinfonie, eppure sono le più belle di tutti i tempi. Quindi non serve, questo è certo. Può facilitare certe cose, alcolizzarsi, anch’io – che non sono un bevitore – scrivo più agevolmente quando bevo un bicchiere di vino. Solo che poi rileggo quello che ho scritto e lo straccio…! No, alla fine credo che il gioco non valga la candela.

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    1. Hai riassunto in modo chiaro, il mio vaneggio!
      Si Stephen king (chissà perché mi ostino a scrivere SteVEn) lo ha dichiarato nel suo libro con un’onestà disarmante.
      Il gioco non vale la candela e ripeto, chi dichiara il contrario secondo me, ha solo paura di rivelare più del dovuto, allora meglio bere e dimenticare.

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  2. Considerando le idiozie che scrivo da sobria, chissà che follie se pure mi drogassi!
    A parte questo, il creativo è tale con o senza sostanze stupefacenti. Vero è che il creativo, in quanto particolarmente sensibile, più consapevole dell’idea della morte o per non so quali altri motivi è più vulnerabile alle seduzioni di determinate sostanze. Questo è un pericolo, mica un merito!
    Il regista, qui, invece, mi sembra talmente insicuro da pensare di non valere niente senza le droghe. Mi sa che non ne è uscito del tutto. Non mi va di metterlo in croce, spero solo che abbia vicino qualcuno in grado di aiutarlo.

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    1. Si speriamo che abbia qualcuno che gli stia vicino e lo aiuti, ma sento veramente troppo spesso qualcuno che loda artisti che per creare qualcosa, fanno largo uso di sostanze stupefacenti.
      Nella vita, però non bisogna giudicare, non si può mai sapere cosa succederà in futuro.

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  3. Non ho mai provato droghe quindi non so dirti se aiuterebbe la mia creatività o meno.
    Credo che ognuno abbia il diritto di fare ciò che più gli aggrada, e so per esperienza professionale che la maggior parte di chi usa alcol e droghe lo fa per automedicarsi, così come altri preferiscono le droghe (spesso più nocive alla salute) che prescrive il dottore.
    “Trito e ritrito e banale” è il giudizio di persone benpensanti che si mettono sul piedistallo a far lezioni agli altri su come dovrebbero vivere la loro vita.

    “Find what you love and let it kill you” Charles Bukowski

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    1. incasso con piacere la critica, me lo aspettavo. Sono dell’avviso che ognuno è libero di fare quello che vuole, ma come scelta personale e non come scusa per creare.
      In accademia ne sentivo di ogni genere… forse sarò diventata un po’ intolleranta. Mi fa tristezza pensare che alcune persone si sminuiscono così tanto. Potrebbero realizzare cose mille volte migliori se solo ci credessero.

      Ps non mi piace il piedistallo, lo lascio agli altri

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  4. Ops, scusa non lo intendevo come una critica a te, ho solo ripreso il tuo “trito, ritrito e banale” perché mi piaceva. L’ultima cosa che ho letto prima di commentare era il tuo commento a Tenar “Nella vita, però non bisogna giudicare, non si può mai sapere cosa succederà in futuro” e intendevo mostrarmi d’accordo con te, perché (uno dei detti preferiti di mia madre) “le meraviglie si attaccano”.
    Sei a casa tua qui, hai il diritto di dire quel che ti pare e non mi pari proprio una da mettersi sul piedistallo, da quel poco che hai detto di te, mi sembri molto alla mano. 🙂

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  5. Sono d’accordo con te che non ci sia bisogno di distruggersi la salute per scrivere, e per fortuna! Però un po’ capisco le persone famose che questo brutto viaggio lo fanno. Essere un alcolista non ti aiuta certo ad avere successo, ma per esperienza personale, simile a quella di Salvatore, posso dire che dopo un aperitivo alcolico si scrive come se si fosse dopati. Dopodiché? Non puoi certo abituarti a poggiare su quello e morire di cirrosi epatica, magari senza avere pubblicato; perché sì, scrivi facile, ma non è affatto detto che quello che scrivi valga qualcosa. Però mi rendo conto che il rischio esiste, soprattutto per le persone vulnerabili o propense alle dipendenze.

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  6. Dico no a bottiglie, erbe e aghi. Se l’artista ha prodotto qualcosa sotto l’effetto di “addittivi” e l’opera è bella, va bene. Apprezziamo l’opera ma non siamo costretti a seguirne l’esempio. Credo che il ricorso agli “addittivi” sia sempre motivato dalla necessità di ricucire lacerazioni e traumi della propria anima e non, in via primaria, al solo scopo di comporre meglio.

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    1. Esatto, se uno fa la scelta di assumere certe sostanze, lo fa per un bisogno proprio, ma non deve farlo passare come primaria necessità per comporre o creare.
      Lo fa solo per se stesso e per nessun altro.
      Quello che mi ha disturbato delle dichiarazioni di quel regista è proprio il messaggio sbagliato che ha trasmesso e forse mi sono spiegata male. 🙂

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  7. Concordi dunque che il problema non è la sostanza, ma l’uso (o abuso) che se ne fa. E quindi, in ultima analisi, l’uomo.

    Sai, ogni cultura e tradizione ha le sue sostanze, del tutto naturali, che sono state usate prima di tutto per avvicinarsi al mondo del trascendente, e solo in seconda battuta per scopi di esplorazione della propria coscienza personale, o banalmente ricreativi, ma sempre e comunque in un fragile equilibrio…che è sopravvissuto fino a quando non si è accostato il denaro alla sostanza, e dunque non si è distorto l’uso della sostanza stessa facendone mercato e annullandone le origini.

    Per dirne una: nel Mesoamerica le foglie di coca sono usate da millenni per combattere il soroche (mal d’altura) dalle popolazioni Andine; ma se tu raffini chimicamente la coca ottieni la cocaina. Per dirne un’altra: l’oppio è stato usato in modo endemico, fino all’800, in Cina, ed è diventato un problema solo quando si è cercato di farne commercio, o quando (di nuovo) si è provato a elaborarlo chimicamente inventando l’eroina (che tra le altre cose, negli ultimi anni del XIX Secolo e nei primi del Ventesimo, veniva commercializzata dalla Bayer negli USA come sciroppo per la tosse).

    Un testo interessante sul tema è la Historia general de las drogas, del filosofo Madrileno Antonio Escohotado, pubblicato nel 2008. Un testo interessante che vale la pena di consultare, se si ha la mente abbastanza aperta.

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    1. Senz’altro interessante. Il problema che queste sostanze raffinate chimicamente, non hanno più nulla degli effetti originari.
      Portano dipendenza e chi ne fa uso, vuole solo avere un’altra dose. Non è affatto utilizzata come mezzo di comunicazione con gli spiriti o guida attraverso il trascendente, come la utilizzavano gli indios americani.
      Alla fine l’uomo riesce a rovinare ogni cosa.

      Se il libri che citi si trova in italiano, lo leggo volentieri 😛

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