Ritorno al passato

Oggi voglio rendervi partecipi di una piccola disavventura durata circa sei ore; minuto più, minuto meno.
Una disavventura che mi ha fatto riflettere su tutto quello che ci circonda e di come tutto questo possa essere effimero, quasi un alito di vento e di come ognuno di noi possa reagire in maniera differente.

Premessa

Ieri mattina mi sono alzata prestissimo per poter consegnare un lavoro a un cliente, perché da lì a un’ora sarei stata prelevata dal mio fidanzato perché lo avrei accompagnato in ospedale; essendo lui poco pratico della zona.
Una volta arrivati a destinazione, non solo la bellissima giornata di pioggia splendeva alta in cielo, ma il Centro Unico Prenotazioni dell’ospedale, per gli amici CUP, sembrava essere impazzito. Gente che urlava, bambini insofferenti, vecchi disperati e chi più ne ha, più ne metta.
Il luogo sembrava talmente pieno di gente che assomigliava più a una scatola di sardine troppo piena che a una sala d’attesa, potevo persino sentire la puzza di sudore del signore, arrabbiato alla mia destra.

Dopo venti minuti di attesa, la coda che in teoria era in fila indiana, ma solo in teoria, una signora di sessantanni, facciamo settanta altrimenti mia madre si offende, cominciò sbuffare e a lamentarsi per chi si infilava davanti alla coda, ormai chilometrica, saltando, così, ore di attesa straziante. Un ragazzo un po’ strafottente seduto comodamente su una panca con le gambe distese e accavallate, cominciò a aizzare la signora dandole ragione, ridendo, senza mai staccare il muso dal cellulare.
“Maleducati, ma non è possibile”, “Imparate a lavorare, siamo qui da più di mezz’ora”, la signora in questione era bloccata come me all’esterno della saletta d’attesa e la coda sembrava congestionata. La folla ben presto si unì in un vociare unico, dove le singole entità si perdevano mescolandosi in un’unica e grande voce, dalla volontà indipendente, ma come in ogni buon evento l’avvocato del diavolo spuntò fuori anche qui. Si eresse a difensore della patria, in questo caso delle operatrici.
“Ma signora… non è colpa loro! Siamo noi che siamo tanti, bisogna avere solo pazienza” oppure “Suvvia… Il signore è anziano, non capisce bene… Ha SOLO sbagliato corsia!” e così via, ma in questo modo l’avvocato del diavolo stava solo aizzando la belva che altri non era la folla, ogni parola da lui pronunciata si perdeva come alito al vento.
La fila ormai selvaggia continuò a crescere, così come il nervosismo, la depressione e la delusione, ma gli sportelli continuarono a rimanere chiusi e a procedere con una calma disarmante.
Dopo un tempo pressocché infinito, arrivai davanti all’agognata meta. Non mi sembrava vero. Stavo per realizzare il mio desiderio! Timbrare e andarmene.

Un desiderio semplice in fondo. Un timbro e via. Non dovevo nemmeno pagare per la visita, ero esente.
Una cosa semplice insomma.
Credevo.
L’impegnativa non era per me, ma per il mio moroso. Lui nel frattempo dopo aver trovato parcheggio si era diretto in reparto per non perdere il turno.

“Luogo di nascita: Borgomanero o Novara?” Cominciai a guardarmi intorno imbarazzata, la folla dietro di me ruggiva.
La signorina batté qualche tasto della tastiera molto lentamente, e vorrei sottolineare molto e lentamente. “Medico di base?” Io sempre più nel panico, la guardai negli occhi per chiedere venia, in fondo sulla ricetta c’era segnato il codice fiscale, dovrebbe avere tutte le informazioni no? D’altronde eravamo in un ospedale mi dissi. Non cè nulla che non possano risolvere con un click. Ormai siamo tutti catalogati in unica e grande banca dati.
Ci guardammo negli occhi e sapevamo entrambe che il peggio di quella conversazione doveva ancora arrivare. La signora sembrava muoversi a rallenty, provocando in me reazioni combattute, ma più di tutte: insofferenza. Improvvisamente distolse lo sguardo, fissò il monitor e batté ancora sulla tastiera. Lo avrà fatto per prendermi alla sprovvista, forse.
Tes-se-ri-no Sa-ni-ta-rio“. Ecco lo sapevo. Balbettai qualcosa sul fatto che mi serviva solo un timbro, cercai di prendere tempo e infine confessai di non esserne in possesso. Mi spostai di lato, feci passare avanti la gente e chiamai veloce, veloce il mio fidanzato: “Corri! Il tesserino o la visita la salti!”
Passarono cinque minuti e vidi arrivare tutto bagnato fradicio, tra sudore e pioggia, lui, la mia vita, con un tempo di corsa degno di un atleta. Gli strappai il pezzo di plastica che stringeva in mano come se fosse la torcia olimpica e presi coraggio.
Tesserino in una mano, impegnativa nell’altra, borsa tra i piedi, sciarpa lanciata in faccia al moroso, ritornai davanti alla signorina. Mi voltai sentendo un uomo alto e grosso irrigidirsi e innervosirsi. Gli sfoderai il miglior sorriso in mio possesso e fregandomene altamente delle sue lamentele, mi rivoltai verso lo sportello.
La lentezza per ricevere un timbro al CUP potrebbe essere una tortura degna della CIA. L’unica cosa che desideravo era sbrigarmi. I dottori non avrebbero aspettato e la folla nemmeno.
Dopo circa un quarto d’ora a osservare la donna digitare (chissà cosa al computer) stampare fogli, timbrarmi l’impegnativa e pinzarmi carte, riuscimmo finalmente a fare quella dannata visita!

La realtà

I fatti accaduti sono stati leggermente romanzati e accorciati, ma quello che volevo ottenere era quello di darvi un’idea generale del mio stato d’animo e prepararvi così a ciò che verrà dopo.

Fiat Lux

Tornai a casa abbastanza provata, soprattutto dopo aver fatto una serie di altre commissioni estenuanti e lunghe. Venticinque anni portati male: sciatica, ginocchio gonfio e scarpa rotta che per tutto il tempo mi ha tagliato la caviglia.
Il cellulare si era scaricato e non vedevo l’ora di riscaldarmi, (l’ho detto che pioveva?), metterlo sotto carica e fare tutta una serie di telefonate lavorative di vitale importanza.
Girai le chiavi nella toppa, aprì la porta di casa e li vidi.
La mia famiglia. Tutti riuniti in salotto a conversare al lume di candela.
Non parliamo molto, siamo tutti presi dalle nostre cose e già vederli lì, lontano dall’ora del pranzo e della cena, era un evento più unico che raro, ma le candele mi lasciarono stupita solo in un secondo momento.
“Perché le avete accese?”
Mia sorella cominciò a ridere e con tono, leggermente perentorio: “Ci seccavamo accendere la luce… fallo tu! Sei vicina” disse indicando l’interruttore, trattenendo una risata.
Mi girai verso il pulsante e lo schiacciai tre volte. Non ci credevo. Andai in corridoio e riprovai.
Black Out.
Pensai subito e ora il cellulare come lo metto sotto carica?

Come faccio a fare quella chiamata?

Tornai in sala e prima ancora di riuscire a dire qualsiasi cosa, mia madre sull’orlo della disperazione quasi urlò: “È dalle due che non c’è…”
“Sono le cinque mamma… come dalle due?”

Il punto

Voglio rassicurarvi che la corrente elettrica mi è stata ripristinata alle otto e un quarto di sera a causa di un guasto alla centralina elettrica della mia città; per fortuna non sono morta assiderata, grazie a una buona dose di coperte.

Mi sono resa conto che anche la caldaia condominiale funziona con la corrente elettrica! E senza la temperatura di casa mia scende drasticamente e qui infilo un altro per fortuna: fuori non faceva troppo freddo, almeno non eravamo sotto zero.
La cosa interessante che ho potuto osservare è essenzialmente una: la reazione umana di fronte a una privazione forzata che dura nel tempo. Certo nel mio caso si tratta di un tempo limitato, per fortuna, ripeto.
Mia madre era caduta in depressione, ricordando la fanciullezza perduta.
Mia sorella divenne iper attiva. La sua angoscia non era tanto il cellulare scarico, ma il non poter guardare la sua serie televisiva preferita e non sapere di conseguenza come passare il tempo. La sua soluzione fu iniziare a fare aerobica in salotto.
Mio padre, invece recuperò il tablet e si mise in un angolo a leggere (in questo siamo molto simili).
Io, invece dopo essere riuscita a telefonare, mi sono messa sul divano, sotto chili di coperte, a scrivere col tablet. Ho approfittato del momento per rimettere insieme le idee del romanzo, ma fu più una corsa contro il tempo a causa della batteria quasi scarica. Mi sono scoperta essere troppo legata alla tecnologia, ma soprattutto a internet, ai dizionari on line, e alle ampie ricerche che posso fare con estrema facilità.
Il tavolino illuminato dalla luce della candela era molto intimo e familiare, se il tablet si fosse spento definitivamente, mi sarei messa l’anima in pace. Avrei recuperato carta e penna e avrei riscoperto il piacere di scrivere a mano.

La gente del condominio invece sembrò ammattire tutto d’un colpo.
Continuavano a uscire. Chi parlava un po’ sopra le righe sul pianerottolo comune per lamentarsi, chi invece cercava solo contatto umano: bussavano, desiderosi di parlare per poi scendere in giardino, a fare che, poi, sotto la pioggia?

In conclusione

Tirando le somme è stata una giornataccia dal punto di vista lavorativo, perché ho concluso quasi nulla, ma allo stesso tempo è stata interessante.
Quando qualcosa esce fuori dai nostri schemi prefissati, cominciamo a fare cose che normalmente non faremmo. Mi ha sorpreso l’inaspettata vitalità del palazzo, che normalmente è spenta e la scoperta, o presa di coscienza, di quanto siamo legati a un qualcosa di così effimero e volubile, come la luce. Da un momento all’altro potrebbe esserci portato via, riportandoci senza alcun preavviso indietro di molti anni.
C’è stato un momento che la mia mente è volata in un possibile futuro: e se la luce non tornasse più? Come farei a recuperare il racconto salvato sul desktop del mio pc?

Ripeto per fortuna ho avuto un black out di sole sei ore, ma se un giorno dovesse un black out permanente, cosa accadrebbe?
Voi cosa fareste, a cosa non riuscireste a rinunciare?

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8 thoughts on “Ritorno al passato

  1. Bella domanda! Oo Non saprei a cosa non riuscirei a rinunciare ma l’idea, ti dico la verità, di un mondo ritornato al passato mi affascina parecchio; sarebbe un po come ritrovare la natura del rapporto umano e servirebbe a guardare la vita da un’altra prospettiva, cosa che a quest ‘Italia malandata sull’orlo dell’affondamento (letteralmente) servirebbe un pochino;

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  2. aiuto! che giornata!! certe mattine sarebbe meglio starsene al calduccio a letto 🙂
    qui dalle mie parti va via la corrente anche per due giorni di fila, non si gode per niente! Per fortuna c’è il camino e un buon libro sempre a portata di mano 🙂

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    1. Quanta verità nelle tue parole!
      Ormai molte cose, compresi i rapporti umani vengono considerati scontati. Con l’unica conseguenza possibile: l’isolamento.

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  3. La tua giornata è stata un’epopea!XD O così mi è sembrata leggendo…sono rimasta piacevolmente colpita! Hai reso un racconto di vita quotidiana molto interessante.
    Comunque io non so cosa farei senza pc o internet, in una giornata del genere poi!
    Rimanere senza corrente non è così impensabile…se il mondo va avanti così prima o poi si ritornerà al medioevo XD

    PS non so come lo hai preso, ma il link al mio blog è sbagliato XD (http://redkiller89.blogspot.it/)

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    1. 😀 Lieta che ti sia piaciuto il breve racconto della giornata 🙂

      Bella domanda vero? Cosa faremmo senza più corrente? Un bel ritorno al passato 😉

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